C’è ancora spazio per le fiabe

A proposito di Your Name

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L’altra sera, stavo guidando. Mi rendo conto che molte delle pagine che sto pubblicando prendono spunto dal mio viaggiare in auto. Non mi piace, ma sono costretto a farlo.

Odio il traffico e la monotonia ecco perché quando qualcuno o qualcosa riscrive i miei viaggi sono sempre molto felice, perché riattiva i neuroni e mi permette di rendere diversa una parte ripetitiva dei miei giorni.

Questa volta è stata una stella cadente. Una stella cadente dalla coda verde che ho visto precipitare per tantissimo tempo, non mi era mai successo di vedere una stella cadere così a lungo.

Mi ha riportato alla mente un Cartone animato Giapponese: Your Name.

Non una storia d’amore qualunque. Quando si è davanti ad una fiaba moderna, molti storcono il naso.

Molte fiabe, fiabe vere, moderne, ci vengono da quello che Barthes chiamava l’impero dei segni. Hayao Miyazaki, più di tutti, con film come “Porco Rosso”, “La città incantata” e “Si alza il vento” mi ha mostrato come nel sol levante si sia più propensi di noi occidentali a scrivere fiabe. Negli ultimi 20 anni, forse, l’unica opera dell’animazione che ho trovato davvero vicino ad una fiaba, prodotta in occidente dalla cinematografia dell’animazione è stato il film Wall-E.

Negli ultimi cinquanta anni, quali fiabe sono state scritte? Vediamo, certamente “Momo” di M. Ende, poi c’è “Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare” di Sepulveda, il “racconto dell’sola sconosciuta” di J. Saramago e pochi altri. Certo, c’è una grande produzione di “Letteratura per ragazzi”, ma questa non va confusa con le fiabe. Oggigiorno, solo N. Gaiman scrive ancora qualcosa di simile alla fiaba. “Coraline”, ci racconta l’autore di Sandman, nasce proprio come fiaba raccontata ai suoi figli.

L’animazione giapponese, invece, ha continuato in quella direzione. Talvolta sfondando le mura del media, per raggiungere vette che solo l’opera d’arte può assurgere. Un esempio è, per l’appunto, “Your Name”, che fa proprio un incedere narrativo fiabesco e folkloristico che inizialmente pare solo latente ma poi invade la scena dando allo stesso tempo un gusto dolce e amaro al finale. Shinkai, l’autore, prosegue sulla scia della tradizione giapponese dei lungometraggi dell’animazione, riuscendo a distinguersi sul fronte fiabistico, come una risposta artistica alle grandi produzioni americane. Da questo punto di vista, anche gli altri suoi film meritano tutti di essere visti. Ma “Your Name” ha una marcia in più, perché è capace di sorprendere, emozionare, ma anche di criticare alcuni aspetti della vita moderna e della società giapponese. Di far riflettere, insomma, e di ripercorrere alcune sensazioni che a me capita di provare. Una malinconia latente, che non si sa spiegare e di cui non si conosce la provenienza.

C’è un disperato bisogno di fiabe. Perché le fiabe raccontano la realtà, e talvolta lo fanno anche meglio di quanto sappiano farlo i grandi scrittori osannati dalla critica e una certa intellettualità che ha dimenticato come si racconta, perché troppo impegnata a pensare a come si scrive.

Perché può capitare che una stella cadente passi inosservata se si è stati mangiati dalla ripetitività e dalla quotidianità del mondo, e non si è più allenati a cogliere le cose belle che raramente appaiono.

Non c’è bisogno di dire altro

Pensieri sparsi che trovano sintesi in una canzone.

Stavo tentando la fuga in auto, verso le sette di sera, e pensavo di scrivere qualcosa sul clima politico attuale, sulla situazione dell’Italia o, meglio, degli italiani. Ma è veramente difficile scrivere qualcosa di storicamente discreto, bisogna avere qual tipo di modus applicandi che ti porta a mettere per bene insieme gli accadimenti tra di loro senza fare collegamenti isterici che paiono più voli pindarici che non considerazioni concrete. Pensavo di avere qualcosa da dire, ma non riuscivo a mettere insieme le parole.

Sono giorni che leggo di piccoli fascisti e problemi dell’eurozona, che mi capita di leggere post al vetriolo e relativi commenti. Che trovo da leggere solo di fenomeni di odio.

La barcarole di Tchaikovsky.

Non fu difficile seguirlo, il poeta delle nuvole. C’era sete e voglia di pioggia. La sua voce profonda emanava un sapore di sigarette e malinconia.

Dopo una breve introduzione, capisco perché non ho bisogno di dire altro. Tra troie e trafficanti aveva già detto tutto lui:

“La scimmia del quarto reich ballava la polka sopra il muro e mentre si arrampicava le abbiamo visto tutti il culo”

masso per masso, post per post, nessuna fucilata, solo gas esilarante che neanche i modulatori d’umore di P. Dick.

Me li sono davvero figurati i due secondini dell’Italia, lì a parlare di reddito di ignoranza e fat tax:

“Si può fare domani, sul far del mattino”

e i faccendieri, scimmie urlatrici, fanti, cavalli, cani ed un somaro ad annunziare vobis magno cum gaudio. Avevate voci potenti. Lui proprio il ministro dei temporali che auspica democrazia con la tovaglia sulle mani e le mani sui coglioni, in un tripudio di tromboni. Una tovaglia azzurra. In questa famosa città civile sembra saremo molto presto tutti cittadini liberi, perché avremo un cannone nel cortile, forse due.

Dall’altra parte c’è chi porta il feretro di un ideale defunto: quanto è bella la giovinezza, non vogliamo più invecchiare.

“Voi avevate voci potenti, adatte per il vaffanculo”

Mi sembra un quadro, un quadro delineato dal pittore e che doveva essere una cosa ed invece pare una altra, una magia, la magia dei poeti. E dopo questo incantesimo, una pace terrificante di flauti, il secondo funerale di coloro che erano già morti.

“mentre il cuore d’Italia
da Palermo ad Aosta
si gonfiava in un coro
di vibrante protesta”

Grilli

Spero di esser letto e che qualcuno nei commenti mi mandi a cagare.

Il nome della rosa

La sfida al fioretto o il duello di pistole, infatti, più facili da figurare ed adatte al grande pubblico sono sostituite, ne “il nome della rosa”, da duelli a colpi di padri della chiesa, filosofi e teologi

Se c’è un autore che è stato capace di rappresentare l’italia davanti al grande pubblico internazionale in periodo storico dove la letteratura del bel paese ha perso terreno rispetto agli autori americani, inglesi e francesi è stato Umberto Eco.

Ho amato “il nome della rosa”. Per me è un romanzo straordinario capace di mettere in pratica molto di quanto l’autore aveva teorizzato attraverso i suoi saggi – nonostante lo stesso Eco non sopportasse granché la sua creatura -. Continua a leggere “Il nome della rosa”

Long Gone

Quando qualcosa finisce…

Quando una storia finisce si cerca conforto in qualcosa. Certo, dipende dalla sensibilità individuale. Personalmente scoprii Long Gone nel 2015. Le sue melanconiche linee irlandesi gli conferiscono un’aura di tristezza che pare accompagnare un viaggio interiore nelle terre verdi dell’Éire, nei prati addormentati dell’abbandono.

Non è, però, solo la delicatezza del pezzo, l’incedere folk a mò di nenia, è anche il testo della canzone a riempire di un significato concreto la canzone, come una vecchia fiaba non edulcorata dai fratelli Grimm.

“And it’s long gone that we shared our lives
And it’s long gone that I met you
Well it’s long gone that you said you love me
But now it’s time to forget you”

È quello che succede a tutti coloro che si sono amati. Non voglio avere la pretesa di dire che è quello che succede sempre, ma quantomeno accade spesso. Mi fa tornare in mente il film “500 days of Summer”: “siamo tutti dei bugiardi”; “ditemi voi se non è un inganno”; “sono questi cartoncini, le canzoni, il cinema ad alimentare la grande bugia”.

Ma è anche nelle canzoni, nel cinema, nella letteratura, nei videogames che si trova un barlume di reazione che innesca quel meccanismo latente nell’individuo che, tuttavia, talvolta ha bisogno di essere scardinato: la resilienza.

Curiosamente, dopo esser stato lasciato, mi sono trovato a finire giochi della stessa saga di videogames, a vedere alcuni film, forse solo discreti, non grandi capolavori del cinema, come “Yes Man”, o come, appunto, “500 giorni insieme”. Forse è un segno di mediocrità, di poca attenzione alla profondità dell’esperienza umana. Penso, comunque, che sia ciò che l’uomo lega alle cose a renderle speciali e adatte, soggettivamente, ai suoi momenti di sofferenza, come quando si fanno le analisi e scopri che stavi mangiando tante mandorle e bevendo tanto latte perché avevi una carenza di calcio.

“It’s all right, we went different ways
I don’t feel any sorrow
And it’s all right what happened those days
But I hope I won’t meet you tomorrow”

Da allora ogni qual volta un qualcosa di importante è finito, questa canzone non è mai mancata nella mia playlist. Forse, perché alla fine, è sempre andata allo stesso modo.

“Now you’re far gone, I don’t know where you living
Surely I won’t await you
You’re far gone, not a damn I am giving
I loved you once but now I hate you”

E voi? Avete una canzone o un film o altro che sentite/vedete a ripetizione quando qualcosa finisce? C’è sempre da imparare e conoscere.

 

 

 

 

Discorrendo con l’oscurità parte I: Hello darkness, my old friend…

Cinque parole, cinque saette che trafiggono la paura, l’inizio di un monologo che prima o poi tutti affrontano. Quello con una cara amica, l’oscurità.

La ho sentita a fianco quando non c’era più nessuno, mi ascoltava e io ascoltavo le sue risposte fatte di silenzi di grilli, silenzi di pioggia, silenzi di vento, silenzi di paura, di gioia, silenzi di musica.

A volte la ho dimenticata, ma è sempre lì. Alle due di notte, si ritorna a parlarle quando non resta più nulla se non una luce che non c’è.

Questa canzone è l’incipit di tutti i momenti in cui sul letto, occhi al soffitto, la mente inizia a vagare; le parole che non si trovano per iniziare un discorso necessario e che cadono, silenziose, come gocce di pioggia e riecheggiano nei pozzi della notte.

La scienza cerca le risposte, ma chi fa le domande?

La poesia.

A differenze delle risposte, che sono puntuali, le domande quasi sempre sono nebulose. Si impongono nella mente come tanti puntini sospensivi che terminano con un interrogativo. Le domande hanno bisogno di un condensatore che gli dia forma, che sostituisca il dolore dello stare appesi con le lettere e con il linguaggio, altrimenti si cade nel limbo delle certezze precotte, quelle che possono essere messe in bocca senza sapere da dove arrivano. In ogni persona si generano queste nebbie, ma il tempo e la quotidianità non danno l’occasione di esplorarle. Altre volte, invece, a mancare è la voglia.

L’incertezza non è farsi domande, né non avere risposte. Penso che l’incertezza sia non riuscire a figurarsele, le domande, a dargli una forma definita. Forse perché la risposta, ha bisogno della domanda ma questa è completa anche da sola.

“Avrei voluto sentirmi scabro ed essenziale

siccome i ciottoli che tu volvi,

mangiati dalla salsedine;

scheggia fuori del tempo, testimone

di una volontà fredda che non passa.”

 

E. Montale da “Avrei voluto sentirmi scabro ed essenziale”

La poesia non è mai riuscita a darmi delle risposte. Però, tante volte ha dato una forma alle mie domande. Basta sfiorarlo, anche senza competenze, un verso, per pungersi e avvelenarsi del suo fiele, di quel veleno inconsistente ed estemporaneo. Continua a leggere “La scienza cerca le risposte, ma chi fa le domande?”

Gli effetti di Echoes durante i viaggi

Si può essere soli anche in due.

Una strada lunga – tanto lunga – piena di ostacoli insormontabili ad una più rapida decongestione. Guidare non è esattamente il mio passatempo preferito, sopratutto su vie intasate di autovelox. Sembra quasi di essere di fronte ad una vita di rinunce, imbottite di monotonia.

A volte può anche essere interessante guidare. Magari il viaggio dà spazio a riflessioni sull’esistenza o, se non si è da soli, si possono fare conversazioni interessanti. Io in auto ho scoperto molte cose: come funziona il condizionatore nelle auto, il funzionamento di un amplificatore, cosa significa computer on-board. Cose ingegneristiche, insomma, almeno andando lungo quella strada sul mare. La ho percorsa al tramonto, all’alba, con il sole alto, con la pioggia, con la nebbia e con la neve.

Le nuvole rade, quella volta, stavano rimboccando l’orizzonte al sole, che piano si immergeva nel suo letto d’acqua. Non ero solo, ma era come se stessi riflettendo con la mia solidutine che si era manifestata di fianco a me per ricordarmi che c’è chi è capace di comprenderla, la nostra solitudine. Si può essere soli anche in due?

E poi un vuoto scandito, dove solo un momento di lucidità ha sigillato lo scorrere del tempo

“An echo of a distant time
Comes willowing across the sand
And everything is green and submarine”

Un numero di eoni indefiniti è passato in un istante. Tra quando Echoes è andata in riproduzione casuale nelle casse dell’auto e quando la canzone è finita mi è sembrato passassero tutti i viaggi che avevo fatto su quella strada, ed in più altri giorni e notti ed altre albe e tramonti e big bang cosmici e luoghi meravigliosi e luoghi terribili ma che era necessario vivere. Mi sono guardato intorno stordito, il sole aveva appena iniziato il suo percorso verso il reame dei sogni. Poco più di ventitre minuti erano passati.

Poi la ritrovo, e sento che lei ha vissuto esattamente lo stesso viaggio che ho vissuto io. Era lì, con me. Rivedo gli stessi attimi nei suoi occhi, nel suo stendere le braccia e ridestarsi dal torpore che solo una canzone dei Pink Floyd sa dare. Sì, si può essere soli anche in due.